Pubblicato da: fabioletterario | 09/04/2009

Buona Pasqua all’Abruzzo

Mi chiedo se posso permettermi di augurare buona Pasqua alle terre terremotate di Abruzzo. So che in momenti come questo ogni proposta, ogni tentativo di battere una mano sulla spalla e di guardare avanti è assolutamente banale e innappropriato, ma al tempo stesso non riesco a non farlo. Non è un rito. Non è pietismo. Non è piaggeria. Non è scontatezza né un atto dovuto perché tutti ne parlano. Non è nulla di tutto questo. E’ qualcosa che viene da dentro ed è più forte di me, tanto che sono stato a lungo incerto se scrivere questo post oppure no. La verità è che quasi mi vergogno di quello che continuo ad avere, visto che gli altri non solo non ce l’hanno ma non lo avranno neppure tra qualche giorno, proprio quando dovrebbero festeggiare la Pasqua…

In tv le immagini passano attimo dopo attimo, e i volti di chi si ritrova oggi a non avere più niente mi riportano indietro. Guardo a quelle terre in cui non sono mai stato e per un momento mi torna in mente quando capitò qui in Friuli. Il terremoto che nel 1976 toccò la mia terra fu di gran lunga più disastroso, ma non è una questione di entità. E’ una questione di sensibilità. E ripensarci, ripensare a quando scendevo le scale tenuto per mano da mia madre, a quando dormivo nello scantinato di mia zia, sullo stesso materasso con il resto della mia famiglia, mi fa ancora male. Ricordo ancora quella notte, anche se ero piccolo, anche se sono passati più di 30 anni. Ma alcuni ricordi sono talmente intensi e talmente radicati, da lasciarti segnato per sempre. E così è stato per me. E così sarà per l’Abruzzo. Certe cose non passano. Certe ferite non guariscono. Anche se i medici fanno il loro lavoro e lo fanno bene, fino in fondo.

Ha senso augurare buona Pasqua a chi ha perso tutto? Ha senso augurare buona resurrezione a chi ha perso la famiglia? Ha senso augurare buona Pasqua a chi vive sotto una tenda e da questa vede la propria casa crollata, a pochi passi da lui?

Non lo so. Forse un senso non ce l’ha. Forse non può averlo. Eppure, io lo faccio ugualmente, nella speranza che, anche se da lontano, anche se virtualmente, anche se da sconosciuto, una parola gentile possa infondere un po’ di tranquillità.

Buona Pasqua, Abruzzo.

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Pubblicato da: fabioletterario | 06/04/2009

La ragazza di fronte

La ragazza di fronte apre tutte la mattina la persiana, e non si preoccupa mai di verificare in quali condizioni si sporge dalla finestra. Solitamente è in reggiseno bianco, mutandine abbinate, e dopo aver sollevato quel séparé si scrolla la chioma biondastra per girovagare per la stanza e dare il suo buongiorno a tutto il mondo.

La ragazza di fronte non è mai triste, anzi, è talmente sempre troppo allegra, che quando decide di festeggiare ingolla qualche decina di bottiglie di birra. Poi, puntualmente, le getta nel bidone comune, intasandolo e reclamando contro gli altri condomini, se questi non le lasciano lo spazio in cui scaricare le rimanenze di tutta la sua felicità.

La ragazza di fronte si dipinge la bocca di un rosso intenso, così appariscente che a confronto le ciliegie sembrano incolore, e si trucca con così tanta passione, che spesse volte non riesci a capire se il nero che ha intorno agli occhi sia la carezza delle sue nottate in discoteca oppure il segno dell’ultimo vizio che si è regalata.

La ragazza di fronte si è sposata tre volte, e ogni volta ha divorziato, e dopo aver divorziato ha trovato subito un nuovo fidanzato. Dopo ogni divorzio ha spiegato che era il marito, a non dedicarle abbastanza attenzione, e per questo motivo non poteva far altro che rompere l’unione matrimoniale, perché non avrebbe potuto sopravvivere con uno che non concepisce che una donna possa avere anche altre storie.

La ragazza di fronte fuma molto. Qualche volta si è addormentata con la sigaretta accesa, subito dopo aver festeggiato insieme ad una divertentissima cassa di birra, che le ha tenuto compagnia per qualche ora. La sigaretta si è spenta solo dopo aver incendiato parte della sua casa, e la puzza di fumo che ancora si respira in quell’appartamento non la scoraggia affatto dal continuare a ripetere un’esperienza che ogni volta definisce tanto elettrizzante.

La ragazza di fronte dimentica sempre più spesso di chiudere a chiave la porta di casa, ma confida ai vicini che in questo modo tutti si possono sentire in dovere di andare a farle visita, perché lei ama la compagnia e invece la compagnia non ama lei. Lei non ha un antifurto che la difenda, né prende precauzioni da questo punto di vista, perché non se la sente. Così, quando le hanno svaligiato la casa non si è sentita mortificata né in colpa: ha invece pensato di aver regalato ad uno sconosciuto una buona parte delle cose a cui lei non teneva per niente e che erano il risultato di tre matrimoni falliti che non le servivano proprio a niente.

La ragazza di fronte ultimamente sorride un po’ meno, ma dice che è colpa di questa nebbia che le entra dentro le ossa, che non la fa dormire di notte e le ruba i sogni mentre cerca di riposare. Dice che ha voglia di andare in un paese tropicale, dove splende sempre il sole, perché non ne può proprio più di questo grigiore che avvolge il paese. Ma non si è accorta che la nebbia si è diradata, e che è durata solamente un giorno.

La ragazza di fronte ha deciso di buttare il cellulare. Ne ha abbasanza di aspettare che gli altri la chiamino, ed è sempre lei a cercarli.

La ragazza di fronte ha appena comprato una nuova minigonna, rosa con ricamati orsetti ciclamini, ed un top verde pistacchio che è un pugno nell’occhio anche per quelli che non amano gli abbinamenti più felici.

Qualcuno avrà mai il coraggio di dirle che ha 70 anni?

Pubblicato da: fabioletterario | 01/04/2009

Gelsomina, il mio compleanno e tutto il resto

ocan1In un impeto di improvvisa follia e anche di incontinenza verbale, l’altro giorno mi ero lasciato scappare la preparazione di una sorpresa. So che se uno sta preparando qualcosa di cui non può parlare dovrebbe mantenere il riserbo assoluto, e in qualche modo sono anche stato rimproverato in merito al fatto che una sorpresa dovrebbe essere tale fino in fondo, ma cosa volete farci? Non riuscivo più a stare zitto e mi sono lasciato andare. Oggi, invece, come promesso parlo. E racconto tutto, esattamente come pentito.

Comincio dal fatto che oggi è il mio compleanno, e che diversamente dagli altri, non sono avvezzo a ricevere bensì a fare regali a quelli che mi stanno attorno. E’ una tradizione che ho inaugurato qualche anno fa e che mi piace coltivare, e nemmeno quest’anno ho voluto esimermi dal rispettarla. Solo che stavolta lo faccio sul blog e non in presenza. Spero che apprezziate. Devo comunque far notare uno dei regali che i miei alunni mi hanno fatto: un bellissimo aquilone realizzato da loro, che è possibile vedere in questa foto qui sotto.

aquiloneEbbene, dopo mesi di lavoro di revisione, ho finalmente avuto il coraggio di autopubblicare la mia prima raccolta di racconti, dal titolo Gelsomina, il viaggio a Empoli e tutto il resto. Il testo può essere acquistato esclusivamente sul sito http://ilmiolibro.kataweb.it, ed è proposto in due versioni: a copertina morbida oppure rigida. Si tratta di sette storie che in realtà ho partorito alcuni anni fa e che poi ho lasciato nel cassetto, dimenticandomene. Questo finché, un giorno di dicembre del 2008, li improvvisamente ritrovati e ho cominciato ad interessarmene nuovamente, decidendo infine che era arrivato il momento di dare loro una possibilità. Ma nel momento in cui ho deciso di rispolverarli, non sapevo una cosa: che il difficile non è scriverli. Il difficile è sistemarli, amarli, odiarli, amarli nuovamente prima di accettare di vivere insieme a loro giorno e notte, in ogni momento libero della mia giornata, arrivando anche a scegliere di non leggere più in modo tale da evitare che questi assomiglino in qualche modo a qualcosa di già sentito. Infine, la scelta più drammatica in assoluto, la più coraggiosa, giunta alla fine di mille tormenti e ripensamenti: lasciarli andare.

Provo ad introdurre la mia raccolta descrivendo i personaggi che la caratterizzano: Gelsomina è un’oca magica, Romella ha i capelli azzurri, Diogene è un profeta, Rosa Sospirosa un’innamorata che scrive dolcissime lettere d’amore, Clotilde una donna di piacere, Lucenzio l’inventore di un pane speciale, la Donna cannone un essere sovrannaturale iperuranico. Se ancora non bastasse, potrei dire che i racconti sono legati fra loro da un filo conduttore speciale, ovverosia mia madre, attraverso i cui occhi di bambina vengono ricamate le diverse storie. I numerosi protagonisti entrano ed escono dalla narrazione come nuvole che attraversano il cielo rincorrendosi, e mia mamma guarda dall’esterno ciò che in parte ha realmente vissuto e che io ho romanzato. Ho provato a trasporre su carta il suo mondo a volte fatato, i raggi di sole magici, i personaggi stravaganti usciti dalla fiaba della vita sono al centro di una narrazione a volte onirica, e, non lo nascondo, a tratti lievemente marquessiana. Non sono tuttavia semplici fiabe. Sono invece petali di un fiore profumato che, dopo anni di scrittura e nottate trascorse a coltivare, mi sento di poter dire che è finalmente sbocciato.

Cos’altro dire? Qualcuno di voi ha avuto l’onere di dare un’occhiata alle mie sciocchezze e constato che mi legge e mi saluta ancora, pertanto penso di aver superato il test, se non altro per l’amicizia e la stima che mi lega a loro. Niente è perfetto, lo sappiamo, nemmeno io lo sono. Ma se avrete il coraggio di provare l’esperienza dell’incontro con la mia narrazione, prometto che ve ne sarò grato e terrò ovviamente in considerazione ogni eventuale suggerimento. Per il momento vi chiedo di essere indulgenti e comprensivi. Gelsomina è per me un pezzo di cuore: non distruggetemelo senza averci pensato almeno un poco.

Buona lettura!

Pubblicato da: fabioletterario | 30/03/2009

Sto preparando una sorpresa

Lo so, quando si parla di sorpresa, tutti cominciano col dire: “Non dirmi niente, non dirmi niente!” ma sotto sotto la verità è che tutti vogliono sapere. Tutti, tutto e soprattutto subito. E prima è, meglio è. Perché davanti alla curiosità, quella che ti logora dentro, quella fatta di dita morsicate sulle punte, di capelli arricciati nervosamente, di dita tippettate sulla tavola, non c’è santo che tenga. E non è una questione di sesso. Il genere qui non conta. Qui conta solamente quello che è il nostro atteggiamento. Il mio, per esempio, è di curiosità assoluta, e non ho pace almeno fintanto che non sono riuscito a fare breccia in chi di dovere, per spuntare per lo meno un indizio utile a capirci qualcosa.

Curiosità. Ma quanti di noi possono dire di non esserlo? Sfido chiunque davanti a questa confidenza:

“Ti sto preparando una sorpresa, ma non posso dirti nulla.”

Vediamo quanti di noi sono in grado di rispondere:

“Oh, va bene, non voglio sapere assolutamente niente, né il giorno, né cosa, né come, né di cosa si tratta. Me ne starò comodo a casa, magari a leggere un buon libro, e attenderò che sia arrivato il mio momento.” E anche qualora ci fosse qualcuno che me lo dicesse, state pur certi che non ci crederei nemmeno morto! E lo dico francamente. Perché la curiosità è divorante, e tentare di resisterle è pura follia. E’ un’amante innamorata che ti entra dentro e ti succhia le energie, ed è anche un sentimento così coinvolgente, che mi vengono le fafalle nello stomaco ogni volta che ci penso.

Curiosità…

Ripeto, allora. Vi sto preparando una sorpresa. Ovviamente, tutti voi darete la risposta di cui sopra, non è vero? Tutti i lettori di questo post sono assolutamente integerrimi e soprattutto assolutamente non curiosi di sapere di cosa si tratti, giusto? Perché se solo mi deste il La, se solamente qualcuno dimostrasse un po’ di interesse, ebbene, lo ammetto: sarei anche disposto a farvi qualche suggerimento, giusto per mettervi sulla retta via e cominciare a darvi una mano nella soluzione di questo rebus. Invece, mi pare di capire che siete uomini di mondo, che voi donne ormai abbiate superato la fase di necessità di avidità di informazioni…

Invece no. Una sorpresa, per essere tale, deve nutrirsi del riserbo più assoluto. Non è opportuno far trapelare neppure il più minimo indizio, se si vuole che questa abbia il suo senso e soprattutto raggiunga il proprio obiettivo. Prendete me, per esempio. Sono giorni, per la verità sono settimane, anzi mesi, che sto preparando questa sorpresa. Chi ha saputo qualcosa lo ha saputo perché la mia boccaccia non è riuscita più a rimanere sigillata, e alla fine è scoppiata in una valanga di informazioni, ovviamente mettendo da parte dai miei arcinoti saldi e soprattutto buoni propositi di tacere su tutto. Ma caspita, se solo vi potessi raccontare i retroscena, gli avanti e indietro, i consigli chiesti a destra e a manca, l’impegno che ci ho dovuto mettere, le settimane trascorse a metterla a punto. E’ stata un’impresa epica, e non lo sto dicendo per dire…

Ma una cosa ve la voglio dire. La sorpresa sarà servita dopodomani… Qualcuno ricorderà che giorno è. Non è solo il giorno del pesce d’aprile… Aguzzate l’ingegno e provate a sparare. Il primo che indovinerà verrà ricompensato con la sorpresa stessa…

Pronti? Via!

Pubblicato da: fabioletterario | 26/03/2009

Come la rosa del Piccolo principe

Penso che malgrado la professione pubblica dell’abiura dell’avidità e del possesso materiale, tutti noi custodiamo qualcosa in modo così geloso e intimo da considerarci alla stregua del piccolo Principe. Lo ricordate? Il personaggio di Saint Exupéry che ha commosso mezzo mondo (o forse il mondo intero?) nella sua semplicità emotiva, aveva un debole per la rosa che rischiarava il suo asteroide, B 612. Nei suoi confronti era a tal punto apprensivo, da necessitare di porla sotto una protezione di vetro, affinché niente e nessuno potesse rischiare di distruggerla. Il piccolo Principe teneva a lei come alla sua stessa vita, e non credo che noi siamo molto distanti da lui. Penso infatti che ciascuno di noi tenga in modo particolare a qualcosa, tanto da desiderare di conservarla per sempre.

Non è una questione di carattere materialistico, né di necessità di possedere a tutti i costi. Alle volte si tratta di un ricordo così intenso, che se fosse possibile si chiamerebbe il migliore costruttore di casseforti, per costruirne una in grado di resistere ad ogni potenziale urto della vita. Ovviamente, sto parlando di qualcosa di tangibile, e non di una persona né di un sentimento. Mi riferisco a qualcosa che esiste e che ci sentiamo in dovere di accudire e controllare spesso, durante la nostra giornata, anche se solo con uno sguardo oppure un pensiero. Chi più, chi meno, tutti ne possediamo una. Anche io. Già tempo fa ne avevo parlato. Si tratta di quell’elefantino rosso che mia nonna Anna mi regalò quando ero piccolo e dal quale fatico sempre a staccarmi. E’ un semplice salvadanaio in ceramica vietrese, grande quanto un’arancia, che non contiene assolutamente nulla. Da tempo non deposito al suo interno i miei risparmi, quelli con cui magari pagarsi una piccola parte della vacanza, e non perché siamo in recessione finanziaria: semplicemente perché lo considero un oggetto assolutamente sacro, e come tale è destinato a non essere toccato. Da nessuno, se posso dirlo. Neppure da mia mamma, l’unica che accede alla mia camera nel tentativo di non farmi sommergere dalla polvere e dal caos, alla quale ho da tempo imposto il divieto assoluto di spolverarlo e, se possibile, anche di guardarlo. Nessuno, e sottolineo nessuno, può sfiorarlo. Nessuno, e lo risottolineo, nessuno può avvicinarsi. Giace sulla mia libreria da tempo, da anni, credo, e non intendo privarmene per alcun motivo al mondo. E’ mio. E’ il mio tessoro, direbbe Gollum.

Non so perché, ma per me quello rappresenta mia nonna. Non è lei. Non lo è mai stato né lo sarà mai. E non è neppure oggetto di venerazione né tantomeno lo considero un feticcio. Ma l’idea che quello mi sia stato dato da lei, nonostante non ricordi né come né quando poiché ero troppo piccolo, mi riempie di felicità ogni volta che lo guardo. E’ il pensiero, lo so bene, non l’oggetto, che non ha alcun valore materiale. Ma vale milioni, per me, migliaia di milioni e se potessi lo proteggerei davvero in una teca.

Mi auguro che mai e poi mai, che ne so, per una distrazione oppure per un caso fortuito, quell’elefantino rosso vada in pezzi. Sarei capace di incollarlo io stesso, a costo di recuperare ogni singolo granello di ceramica, pur di averlo ancora lì, che mi spia in tutto quello che faccio. E’ qualcosa di irrazionale, di cui mi rendo perfettamente conto, ma che ci volete fare? Non vi avvicinate, o potrebbe finire male. Se poi ci volete provare per davvero, io sono già pronto con i guantoni di Cassius Clay…

Un ricordo è un ricordo. Non è insito in sé ma nella mente di chi lo rammenta attribuendogli un significato, lo so bene. Ma guai a privarsene…

Pubblicato da: fabioletterario | 23/03/2009

Basta un poco di zucchero

Alle volte mi alzo la mattina e anziché preoccuparmi di farmi un buon té bollente o magari di accompagnarlo con tanto di croissant, mi fisso con una domanda e sono capace di arrovellarmi per ore, spesso ovviamente senza trovare né risposta né soluzione. Tanto per cambiare, è andata così anche stamattina, e da ore vado avanti con la solita domanda. Se avrete un po’ di pazienza di leggerla e magari di darmi una risposta potreste anche rischiare di risolvere uno dei miei quesiti più significativi.

Abbandonando il mondo dei sogni, senza per altro aver chiuso occhio (come sempre succede quando arriva la primavera), mi sono ritrovato in cucina, davanti alla caterva di medicine accumulate a mo’ di catasta, per la maggior parte dei miei genitori. Ho per puro caso provato ad annusare le scatole, e ovviamente puzzavano di medicina. Così, mi sono chiesto se oltre a puzzare avessero anche il solito cattivo sapore, e la domanda del giorno è nata in modo spontaneo. Mi chiedo perché le medicine debbano per forza di cose avere quel sapore schifoso, che ti fa voltare lo stomaco. Non basta che uno già stia male, e che debba assumere una capsula, gocce, o quant’altro, per cercare di curare un problema? Dobbiamo obbligatoriamente annebbiare le nostre papille gustative con quei sapori amari e cattivi che ci lasciano sempre perplessi?

Per mia fortuna mi capita assai di rado, di dover assumere medicine, ma ogni volta che devo, non so perché, la mia medicina fa letteralmente schifo. Pastiglia o sciroppo che sia, non c’è nessuna differenza, la mia repulsione è totale, profonda e anche abbastanza inconsulta. Bocca storta, lingua cacciata in fuori come se ti si stesse rivoltando lo stomaco, roba da strapparsi ogni millimetro di lingua, pur di evitare un tale tentato omicidio, e se ancora non bastasse, una volta ho anche sputato lo sciroppo, talmente era amaro e insopportabile. Santa pazienza. Mi chiedo: ma è davvero così difficile, per i tecnici di laboratorio, aggiungere a questi farmaci appena una punta di sano glucosio, non troppo eh!, solo un paio di gocce, dico, la giusta quantità, solamente per camuffarne il sapore? Oppure la loro è una scelta ben precisa, che unisce la volontà di guarire al sacrificio da fare per giungere realmente a guarigione?

Oppure, cosa ancora più meschina, oltre il danno, dobbiamo sopportarne la beffa? Dobbiamo soffrire per un po’ di dolcezza?

Ci penso e un po’ mi viene da ridere. Perché se non ci si regala il lusso di una piacevole risata dopo ore di arrovellamenti inutili e soprattutto dopo aver assaporato una di queste terribili pastiglie, la giornata è senza ombra di dubbio tetra e insopportabile. Rido, allora, come se la risata fosse per davvero il migliore farmaco risolutore di tutte le malattie, unica vera e sola terapia autoefficace. Ma non mi fermo lì. Subito dopo, mi torna in mente Mary Poppins, che con il suo viso angelico e sapiente canta in falsetto: “Basta un poco di zucchero e la pillola va giù…”

Ah, bei tempi, quelli!

Pubblicato da: fabioletterario | 19/03/2009

Sincerità

Sono sempre stato uno che ama sperimentare, specialmente nelle questioni che concernono la didattica e il rapporto con gli alunni, e tanto per cambiare ne ho fatta una delle mie.

Ieri avevamo programmato il compito in classe di Italiano. Siccome va sempre a finire che poi cominciano a chiedere di tutto, dal: “Prof, mi rispiega il titolo?” a “ma affetto va con due F?”, stavolta ho deciso di munirmi di pc portatile, in modo tale da preparare il successivo compito di analisi logica evitando così il compito collaborativo che solitamente nasce dalla mancanza di concentrazione. Con il mio pc mi sono piazzato sulla cattedra e l’ho aperto. Poi, mentre la classe stava cominciando a scrivere mi sono ricordato che avevo sul desktop l’mp3 di Arisa, Sincerità, quella canzoncina tormentone che mi scoppia nelle orecchie e che si sente praticamente dappertutto. E, siccome io non mi tiro indietro davanti a niente, mi è balenata l’idea: e se gliela metto come sottofondo?

Detto fatto. Ho cliccato sul file e la musichetta è partita.

“Sincerità, adesso è tutto così semplice, per te che sei l’unico complice di questa storia magica…” Gli occhi della classe si sono di colpo spalancati, come se si trattasse di risvegliarsi da un lungo sogno con la voglia di scatenarsi. I sorrisi non sono mancati, e nemmeno le battutine sciocche, ma siccome i miei non sono alunni sciocchi, hanno colto la palla al balzo e si sono calati subito nel mini progetto.

“Scusi prof, può alzare la voce?” Mi hanno chiesto in coro.

“Ragazzi, ma non vi disturba che vi metto la musica durante il compito in classe?” Ho ribattuto.

“Per niente, anzi. Se alza solo un pochino la sentiamo anche noi in ultimo banco e prendiamo ispirazione…”

“Allora guardate, io la musica ve la rimetto, se vi ispira. Ma non posso alzare il volume” ho sottolineato.

“Beh, ha ragione: così noi siamo costretti a stare in silenzio e a concentrarci” ha risposto una delle più attive e ricettive nei confronti delle mie proposte. “Perciò se adesso state tutti zitti, io posso ricominciare a scrivere e anche ascoltare la canzone!” Li ha freddati.

Ebbene, ho provato a contarle. A richiesta, e nonostante ad un certo punto io abbia cominciato ad oppormi, Sincerità ha accompagnato all’incirca una buona mezzora di tema, rimessa e rimessa a ripetizione, fino a che anche io mi sono stufato. La scrittura li ha assorbiti. Il ritornello volava in classe senza più distrarli eppure, in base a quanto detto da loro stessi, il buonumore regnava. Ma il risultato è stato raggiunto: zitti e con tanto di testa appoggiata sulla mano, molti hanno continuato a svolgere il compito assegnato finché non è arrivato il momento di consegnare. Ora sono curioso di verificare la bontà di questa proposta estemporanea, che a suo tempo era stata già sperimentata dalla mia professoressa di Latino e Greco, la quale durante una versione in classe ci lasciò usare le cuffie (era lontana l’epoca degli Ipod!) per tradurre. Vuoi vedere che a suon di sperimentare, prima o poi finisco con il creare il metodo didattico Fabioletterariano e metteranno anche la mia faccia sulle banconote, come accadde per Maria Montessori?

Alla fine dell’esperienza mi sento alquanto sottosopra. Sono arrivato a conoscere a memoria il testo della canzone e ne ho una tale nausea, che davvero non me la sento di sentirla una volta di più, nonostante mi stia simpatica sia Arisa sia il suo modo spensierato e naif di cantare. E non ci credo affatto, che non resti in testa a chiunque l’ascolti. Vero?

Sincerità…

Pubblicato da: fabioletterario | 16/03/2009

Storia di aperitivo e di tragedia domestica

Mi sono imparentato con Nicola il giorno in cui Nicola ha sposato Antonella, la mia migliore amica conosciuta ai tempi delle scuole medie, quando anziché regalarle rose e mughetti le dimostravo il mio infinito e duraturo amore lanciandole addosso intere confezioni di Vinavil. Nicola è sostanzialmente il mio opposto in tutto. Io sono alto, lui no. Io ho i capelli, lui no. Io non capisco niente di informatica, lui invece sa tutto. Io sono magro, lui no. Ma non avrei mai creduto che, proprio a causa di queste nostre sostanziali differenze,  potesse arrivare al drammatico e inconsulto gesto dell’altra sera.

Ci trovavamo infatti a casa loro, in attesa che un terzo amico passasse per portarci fuori a cena a festeggiare il suo compleanno. Nell’attesa della sua venuta (oddio, mi ricorda tanto un canto ecclesiastico), Nicola, sempre prodigo di stuzzichini, non ha inteso neppure per questa occasione risparmiarsi, e, ovviamente, si è dato da fare per far sì che la propria tavola assomigliasse in tutto e per tutto a quella imbandita dal padre del figliol prodigo. Tartine con formaggi alle noci, salatini, anacardi – io ne vado matto -, torta alle mele preparata da Antonella (lei dice di averla fatta in casa ed è meglio non contraddirla) e altre mille leccornie si allungavano sulla tavola non sono per far bella mostra di sé, ma anche e soprattutto per invogliarci all’assalto forsennato. Noi, ovviamente, nessuno escluso, a stento ci trattenevamo, ben consci del fatto che ormai tutto era stato aperto dalla propria confezione e che, pertanto, non poteva se non essere consumato, e a poco a poco abbiamo cominciato a spazzolare ogni cosa, lasciando sostanzialmente solo le briciole. A quel punto, proprio mentre la serata si stava infiammando, mi accorgo che, non so perché, Nicola si erge in tutta la sua maestà del metro e sessanta centimetri, e abbandona il tavolo.

Alquanto spiazzato, lo seguo con lo sguardo, fintanto che, pensieroso, prende possesso della cucina, e comincia a manipolare strani intrugli da bottiglie colorate. Pian piano versa tutto in un contenitore trasparente, dove centellina ogni singola sostanza con la stessa grazia con la quale è solito manipolare le polveri per comporre i prodotti galenici, quindi mi incuriosisco e lo osservo bellamente. La sostanza si colora poco a poco, sembra in tutto e per tutto una pozione di quelle che la strega Amelia crea nelle variopinte tavole di Paperino, e i miei occhi si incollano su quella, increduli. Con una sorta di prestidigitazione che non ha pari, Nicola diventa in breve il barman più professionale dell’intera riviera jesolana, potrebbe addirittura fare concorrenza a Tom Cruise, certo non nella prestanza ma quantomeno nell’abilità con cui rovescia i vari liquidi, ed io mi permetto di consigliargli di non eccedere con l’Aperol, visto che dobbiamo anche guidare. Lui mi fulmina con lo sguardo e, per dispetto, raddoppia la dose, sprezzante del pericolo e delle mie parole. In quattro e quattr’otto il tutto è pronto. Con un tocco di classe mescola il tutto, infine la pozione magica è pronta.

Stupito che Nicola abbia sfidato in pieno il mio suggerimento, ritorno in me e cerco di nascondermi dietro la fila di bottiglie che divide in due il tavolo, una barriera dalla quale credevo di essere interamente salvaguardato, ma che invece era destinata ben presto a qualificarsi come inutile. Il barman si accomoda insieme a noi e ci invita a deliziarci di quanto creato dalla propria versatile abilità. Il sapore è buono, quasi delizioso, e proprio mentre tutti guardiamo lui, Nicola si alza in gesto benedicente e causa il fatto. Mi rovescia addosso un bicchiere intero di quel ben di dio, che finisce puntualmente sui miei pantaloni e sulle mie cosce.

Per un’intera serata ho puzzato di Aperol, proprio io che difficilmente tocco alcool. Nicola non si è nemmeno scusato e ha finto che tutto fosse come sempre, lamentandosi addirittura dell’odore che mi trascinavo dietro. Io sono stato l’unico a rimanere senza aperitivo e devo ancora riprendermi dallo shock. Qualcuno di voi può cortesemente metter in ammollo nella sua tinozza i miei pantaloni di lanetta, o quantomeno consigliarmi come pulirli, dal momento che la mia lavanderia di fiducia è momentaneamente chiusa?

Pubblicato da: fabioletterario | 12/03/2009

Il bambino di sotto mi odia

Il piccolo mostro che abita sotto il mio appartamento mi odia. Lo so da sempre e ho cercato di farmene una ragione, anche se è davvero difficile pensare di potere farsi mettere in tasca da un nano alto appena novanta centimetri, coronato da boccoli biondi e dotato di un incarnato angelico.

Il piccolo mostro, il cui nome tacerò non per rispettare la sua privacy, bensì perché non voglio che diventi più famoso di quanto già non sia, ha cominciato la sua battaglia nei miei confronti dal primo giorno in cui è arrivato. Si è guardato intorno, ha visto che la mia stanza si situava esattamente sopra la sua, ed ha scelto coscientemente di rendermi la vita un inferno, più di quanto potrebbe fare una moglie possessiva o una suocera puntigliosa. Ha scelto di odiare me e non c’è verso di fargli cambiare idea, nonostante io abbia cercato di ignorarlo, di restituirgli i pupazzetti che lancia dal balcone, di fingere di non sapere che per me nutre un odio viscerale e devastante. Lui mi odia. Tanto quanto io odio lui. In uno scambio pressoché reciproco che ha dell’irrazionale e, al tempo stesso, del sanguinolento.

Sino ad oggi non ci siamo sostanzialmente mai incontrati, eccezione fatta per la volta in cui ho aiutato sua madre a salire le scale con la carrozzina, senza per altro ottenere neppure un grazie. Quello è stato l’unico momento in cui siamo capitati faccia a faccia. Lui è spuntato da sotto la sua sciarpa di lana e il cappello che lo nascondeva alla vista, ha puntato i suoi fari azzurri su di me e mi ha fatto capire che mi avrebbe reso la vita impossibile. Lo ha promesso con un sorriso che in Shining avrebbe fatto da comparsa del tutto secondaria, ma che in realtà mi ha gelato il sangue. ha sorriso e tutt’oggi ride di me ogni volta che sa di combinarne una.

Malefico. Quel bambino è niente altro che malefico. Urla in piena notte senza un motivo. Urla alla mattina presto senza un motivo. Urla quando cerco di studiare, senza un motivo. Urla ogni volta che sa che sto facendo qualcosa di significativo, e lo fa senza un motivo. L’altro giorno mi ha scaraventato un pupazzetto in testa mentre transitavo sotto il suo balcone, e per un pelo non mi ha centrato. Sbatte qualsiasi oggetto contro la ringhiera, facendola rimbombare, ma sceglie di farlo solo quando sa che io sono a casa. Lancia contro il muro sotto il mio oggetti di ogni tipo, dal pallone a qualcosa di metallico che assomiglia a una sveglia di quelle antiche. Stamattina, idem con patate. Mi ha svegliato la sua sveglia, una sirena mai più finita, che solo a sentirla gela il sangue. Quel bambino è un inferno. Un inferno. E mi odia.

Sto seriamente pensando di consultare un esorcista, affinché venga a conoscenza del maligno che alberga in lui, ed intervenga con un’azione benefica nei miei riguardi. Sto anche pensando di munirmi di peperoncini e di teste di aglio intrecciate, per ripararmi dalla tenacia con cui mi getta addosso i suoi malefici. Quello che non ho ancora deciso è se, anziché limitarmi a sottostare a lui e a decorarmi con cape d’aglio e peperoncini rossi rigorosamente piccanti, possa optare per recarmi nella sua stanza e riempirgli la bocca di queste amene verdure da condimento.

Diversamente, ho un piano b. Potrei resistere ancora qualche mese, per lo meno fintanto che il sole cocente si produrrà nel suo splendore lassù in cielo. Sarà quello, il momento in cui avanzerà la mia proposta di pace, che consisterà nel portarlo al mare, al largo, per mostrargli l’acqua pulita e i pesci.

Ma senza braccioli, ovviamente.

Pubblicato da: fabioletterario | 09/03/2009

Il venditore di materassi

Non fate piaceri. Non li fate a nessuno. Specialmente quando vi chiedono solo di essere presenti ma unicamente per fare numero

Domenica pomeriggio, sollecitato da una mia ex collega che è presidentessa di un’associazione assistenziale, ho deciso di cedere al piccolo ricatto morale (eddai, cosa ti costa? E’ a fin di bene…) di partecipare ad una di quelle dimostrazioni di vendita, che aveva lo scopo di raccogliere almeno 30 persone per poter ottenere un bonus di 500 euro da destinarsi proprio all’associazione della mia collega. Sulle prime ho nicchiato, ma poi, a suon di eddai, mi manca una sola persona per raggiungere il numero, fammi questo favore, mi sono lasciato convincere ed ho detto sì, sacrificando in questo modo mezza giornata di riposo. Ho detto sì ma ad una condizione: che non mi si vendesse niente. Mi ero dimenticato di precisare: e che non mi si coinvolgesse! 

Mi presento all’appuntamento e attorno a me vedo tutta gente ben agée: io sono il solo giovane del gruppo, e non conosco assolutamente nessuno. Solo più tardi mi accorgo che è presente un’altra mia ex collega, signorina e in pensione da qualche mese, che si piazza al mio fianco e non mi molla più per tutto il resto del pomeriggio. Quindi, alle 16.15 in punto, scocca l’ora X: l’omino dell’ennesima società mai vista né sentita, con sede a Salisburgo, si abbottona il doppiopetto blu e accende il videoproiettore collegato al pc portatile ultimo modello per dare inizio alla lezione. Tema: il materasso perfetto.

L’omino è scafato. Sorrisi a 360 denti, atteggiamento da macho che non deve chiedere mai, ovviamente vuole che ci sia dia tutti del tu, perché così si è più in confidenza, ma non mi chiede personalmente se ci tenga o no: lui lo comunica. Dopo un minuto e mezzo io già non lo sopporto più, anche e soprattutto perché davanti alla mia faccia perplessa non fa altro che sollecitarmi alla risposta, interroga tutti affinché siano attenti e lascia le frasi a metà affinché chi ascolta completi a sua volta, dimostrando così la presenza di una seppur minima attività cerebrale. Io, che vivo con le medesime strategie comunicative e didattiche, seppure in contesto decisamente meno antipatico e a fine nettamente culturale, non mi faccio gabbare, e non ci sto. Lui lo capisce, e per questo mi punisce: davanti a tutti i 30 presenti mi chiede di diventare il suo aiutante, e ovviamente non posso dire: arrangiati! Gli lancio addosso qualche imprecazione sottovoce e mi rivolgo alla collega che ha implorato la mia presenza, incenerendola con uno sguardo assassino, mentre lei si porta le mani alla bocca quasi a scusarsi. Ma ormai è troppo tardi! Sono già in piedi accanto all’omino, pronto a fungere da cavia durante la rappresentazione di questo plurititolato imbonitore!

Tra acari, posture spinali, posizioni corrette al momento del riposo, lattice, lana, materasso aperto, rovesciato, poi richiuso e tolto di mezzo, tra una signora di una certa età che per provare il materasso si rovescia completamente e cade dall’altra parte, ed un dito pressato in una losanga (che forbito sono, eh?!) della rete del materasso, resto in piedi per circa 40 minuti, ringraziando la mia amica Paola ogni singolo secondo per quella situazione surreale in cui verso. Espongo un piumino d’oca brevettato da quella ditta, con un cuscino brevettato da quella ditta, e tengo in mano una parte del materasso brevettato da quella ditta, insieme ad un paio di losanghe brevettate da quella ditta, in grado di stringersi per meglio far aderire il materasso al corpo, deformandosi per fargli posto. Perché dovete sapere che il materasso perfetto è quello che lascia traspirare il corpo, che al suo interno ha molecole aperte e non chiuse, in quanto gli acari vanno a nozze in uell’ambiente umido che si forma, e muoiono non dopo 3 settimane ma dopo 3 anni… E io mi disgusto nel vedere le foto che passano sullo schermo, preferirei quasi quasi vederne una di Mastella, tanto sono brutti! Capisco che è finita nel momento in cui un buon samaritano pone la domanda fatidica: “Ma tutto questo, quanto costa?” E, davanti al prezzo, tutti ammutoliscono. Di colpo scompare il sorriso dalle facce dei presenti: 4.500 euro! E occorre prenotare il materasso seduta stante. Ora o mai più!

Ovviamente, vince il mai più. Ma l’associazione avrà i suoi 500 euro.

Quando tutto finisce, non mi pare quasi vero. Il materasso non l’ho comprato… Ma volete mettere? Con tutto quello che ho imparato sono diventato anch’io un perfetto venditore di materassi!

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