Pubblicato da: fabioletterario | 05/12/2007

Intercultura linguistica e culinaria

Ho sempre avuto una corsia preferenziale con i miei alunni di provenienza extracomunitaria. Forse è un pregio, forse un difetto, ma tant’è. A partire dal fatto che odio questa parola, extracomunitario, che mi sa tanto di: noi siamo in una comunità, loro invece no. Ma non solo per questo.

Nella mia testa, la scuola è un palazzo in cui abitano in molti. In ogni appartamento vivono famiglie di provenienza eterogenea, che con i loro usi e costumi ormai fanno parte della nostra società. Così, anche quelli hanno diritto ad un riconoscimento, specie da parte di un’Istituzione pubblica com’è la Scuola, quella che io intendo con la s maiuscola. Io non sono san Fabioletterario, e non è nemmeno un mio obiettivo cercare di esserlo. Anzi. Ma quando si parla di stranieri, per favore, non me li toccate. Sono iperprotettivo, se posso li tengo accanto alla cattedra per far capire loro che qui c’è qualcuno che li tutela, che non sono soli, e che se hanno bisogno io ci sono sempre e comunque. Poi, quando superano la prima fase del silenzio, ovverosia i primi mesi durante i quali non riescono ad usare il linguaggio verbale per esprimersi, la relazione cambia: e loro diventano parte integrante ed attiva per la classe. Come? Semplice: diventando loro stessi riferimento per l’aspetto linguistico che li compete, siano essi arabi, americani, russi, rumeni o di qualsiasi altra nazionalità. E così, accanto a me ho tanti piccoli insegnanti, all’inizio modesti e particolarmente imbarazzati, poi, man mano che assumono la dovuta confidenza con il ruolo che chiedo loro, puntuali e puntigliosi, specie quando spingono i loro compagni a tentare di farfugliare qualcosa che gli alunni italiani non sanno neppure come fare a pronunciare. Ed ecco, miracolo, per un istante sono proprio gli alunni italiani a diventare stranieri e, spero, a capire come si sta nel momento in cui non si capisce nulla di quanto viene detto attorno a loro.

Nella mia vecchia scuola, gli alunni stranieri avevano modo di inserirsi nel contesto scolastico attraverso l’aspetto linguistico, in primis, ma anche e soprattutto attraverso la cucina, vero collante mondiale. Agli inizi fu una mia alunna indiana, che sapeva bene il mio sogno quasi vitale di visitare il suo paese, un giorno spero non troppo lontano, la quale si presentò un giorno con alcuni dolcetti che aveva fatto insieme a suo padre. Li assaggiai, li assaggiammo, e prese vita una discussione sugli ingredienti, che ovviamente nessuno riuscì ad individuare. Poi fu il turno di un’alunna rumena, che portò altre prelibatezze, e si passarono la parola finché io, che mi ero dimenticato di un alunno di origine centro-africana, mi sentii quasi tirare le orecchie poiché mi ero scordato di permettergli di portare qualcosa in classe. Così, la tradizione è proseguita nel tempo, e assaggiare il dolce e il salato delle altre etnie è diventato il modo più diretto che posso offrire ai miei alunni per conoscere l’altro, che spesso ha più paura di noi, e che troppo spesso vuole dimenticare la propria lingua originaria, per inserirsi completamente nelle tradizioni italiane.

Fare intercultura significa intrecciare tutti i fili di una classe che ormai tende ad essere sempre più multiculturale. Io in questo mi ci ritrovo perfettamente: e più fili ho, più amo intrecciarli fra loro, perché in questo modo sento di contribuire alla integrazione di tutti, di noi italiani con gli stranieri, degli stranieri con gli italiani, e anche degli stranieri con gli stessi stranieri. Se guardo negli occhi di un alunno africano vedo la dolcezza che le poche parole che sa dire nella nsotra lingua non gli permettono di esternare. E quando guardo nel sorriso di un’alunna araba, percepisco quella solarità che ancora non può dimostrare a parole. Io sono così. Cerco di ricavare il massimo da tutti, e quando i contributi arrivano in modo spontaneo, vissuto e sentito, non posso che dirmi: forse, anche questa volta, ce l’ho fatta…


Responses

  1. bravo fabio!!!intercultura e aggregazione!!!
    ah e poi mi hai fatto vedere quel sorriso della tua alunna araba…

  2. Che bello , da quanto leggo , il tuo modo di Essere insegnante ! apprezzo molto lo scambio di nozioni di altre culture , non puo’ che insegnarci qualcosa che farà parte del nostro bagaglio personale
    v

  3. Fai proprio bene, Fabio! Io sono una di quelle che pensa che chi immigra ha il dovere di integrarsi (e non e’ il paese ospite a doversi integrare all’immigrato), ma c’e’ modo e modo di farlo. Mai fargli sentire che per integrarsi devono perdere la loro identita’, che e’ una ricchezza per loro e per gli ospiti (e te lo dice una che e’ cresciuta “divisa” fra due paesi e poi e’ finita a vivere in un terzo!)
    Il cibo e’ sicuramente un buon punto di partenza molto bello, continua cosi’.

  4. Intelcutura mi piace + di integrazione. con quest’ultima sono gli altri che si devono abituare ed integrare ani ns usi e costumi. Invece l’adattamente deve essere reciproco

  5. Oggi hai fatto un post che me piace:)

  6. Molto interessante questo post.
    Intercultura… termine intelligente. E il racconto dello scambio di sapori (dolci e salati) fra etnie differenti l’ho trovato proprio bello.
    A presto
    Melania

  7. ECCO UN’ESEMPIO DI “INTELLIGENZA” MODERNA!
    Bianca 2007

  8. Esempio reale di come un elemento comune, il cibo in questo caso, possa diventare strumento di condivisione e comunicazione.

    Bravo Fabio, questo è un ottimo spunto….il cibo come punto di aggregazione…..

  9. Questo è il bello della scuola, la diversità nell’unità della vita, dell’insegnamento.
    Questo dovremmo insegnare ai giovani.
    Basta osservare, capire, educare al di sopra dell’essere di destra o di sinistra, dell’essere religioso o ateo o agnostico, dell’essere algerino o russo, indiano o venezuelano, la vera libertà sta nel non avere tabù, spetta loro poi ragionare, decidere cosa fare e come essere.

    Complimenti.

    Felicità

    Rino, mondiale.

  10. Mi piace questa faccenda dell’intercultura culinaria o_0

  11. Io, extracomunitaria di lusso ricordo bene quando ero quella strana. Quella che parlava pochissimo italiano e con un pessimo accento. Quella che aveva usi e costumi diversi (quelli li ho mantenuti, ma questa è un’altra cosa 🙂 ).

    A trovarlo un insegnante come te…

  12. Si si si…sei proprio il mio prof preferito!!!…anche se mi hai mandato a Parigi senza neanche una mezza lezione di francese!!! 😛

  13. Sei un docente molto attento. Non è facile riuscire nell’intento di fare sentire “a casa” gli stranieri, senza dimenticare che tutti avranno molto da imparare. e hai proprio ragione sulla cucina.

  14. Mi piace molto quello che che dici qui, molto umano e vera cultura.

  15. Io, che adoro mangiare, sono d’accordissimo con te. E’ bello assaggiare tutti insieme cibi nuovi, e parlare degli ingredienti e cercare di pronunciarli correttamente. ed e’ bello scoprire le storie che ci sono dietro quelle particolari ricette. Ai miei studenti, per carnevale, ho preparato i dolci tipici italiani, e mi piace sempre portare in ufficio qualcosa di tipicamente italiano o regionale (come mi piace anche cimentarmi con ricette di altri Paesi…)

  16. Mi è particolarmente piaciuto questo fatto di avvicinare ed interscambiare le differenti culture mediante le specialità culinarie dei vari paesi di appartenenza degli alunni. Complimenti.
    Maury

  17. Bravo! Ottima intuizione! Il cibo come lingua comune!..Un esempio da sponsorizzare e proporre!
    Frida

  18. Fabiopapinoiperprotettivo dovevi dunque chiamarti… Ma che carino che sei! Tranne con me però! 😛

  19. si e’ capito che sei un bravo professore, anch’io la penso come te, e non discrimino quasi mai gli stranieri..
    buona giornata

  20. … posso venire anche io ad assaggiare i dolcetti????

  21. hai ragionissima! Dalle mie parti ogni anno organizzano una festa multietnica in cui vi sono mercatini spettacoli e si magna..è come una sagra in cui uno può decidere di mangiare il cibo tipico di un paese diverso dal proprio! è una cosa importante e so che viene fatta anche in altri posti…è importante soprattutto perchè è diretta a tutti…adulti soprattutto….credo che nei bambini tutto sommato sia più facile far capire che le differenze che ci sono non rendono meno importanti le persone di origine diversa dalla nostra…ma nei grandi risolvere il problema è più difficile http://www.ritmiedanzedalmondo.it/

  22. Complimenti per aver scelto questi modi per far avvicinare diverse culture. Sono sicuro che gli studenti recepiscono il messaggio.
    Intercultura culinaria e linguistica la faccio anche io, tutti i giorni :)!!! Soprattutto a casa mia dove il mio piccolo germoglio apprezza i piatti della tradizione campana

  23. Fabio,
    bellissimo post! Appena tornano i miei figli da scuola lo faro’ leggere anche a loro….

  24. che bello!!! 🙂

  25. Bellissimo post, Fabio. Mi hai ricordato l’ottimo lavoro che hanno fatto le maestre di mio figlio in una classe che era quasi per meta’ di bambini stranieri. Anche loro invitavano le mamma straniere a portare piatti della loro terra e nella recita di Natale facevano dire la stessa frase in tutte le lingue che i bambini sapevano. I migliori amici di mio figlio sono bambini stranieri o con genitori stranieri. Ottime famiglie, tra l’altro!

  26. Splendido il tuo post!!! Mi ricorda un libro che ho letto tempo fa di un prof. americano che, per unire una classe multietnica aveva applicato l’arte culinaria. Dicono che il mondo è bello perchè è vario, ed è proprio così. accolliamo etichette ad interi popoli e generazioni…sono assolutamente contraria alla delinquenza di certi soggetti stranieri ma allo stesso modo lo sono nei confronti di chi è italiano doc! In ogni caso un bimbo dev’essere tutelato qualsiasi origine abbia. Quanto abbiamo da imparare noi italiani!!! (ps. hai fatto cantare i tuoi ragazzi nel senso che li hai interrogati o avevano una recita…o (come me) avevi l’incontro con i genitori? ..bè io l’ho avuto con i prof…. ma a voi vi insegnano all’università quelle tipiche frasi “suo figlio va bene ma potrebbe fare di più… a volte chiacchiera troppo…. ecc..???) 🙂

  27. basterebbe immaginarsi di essere dall’altra parte, basterebbe pensare di essere lo straniero, l’immigrato in terra spesso ostile, basterebbe provare, una volta… Subito verrebbe spontaneo un sorriso di benvenuto e di accoglienza. Facciamo delle diversità culturali una forza e rispettiamole, senza istinti di prevaricazione da nessuna delle parti! E ben vengano iniziative come questa, caro Fabio…

  28. “Succulento” questo post,sia per quello che ci hai raccontato,che per i cibi che riesco a immaginare.

    Cristiana

  29. Molto interessante l’aspetto culinario non verbale che accomuna e incuriosisce i ragazzi. mi hai fatto ricordare una cosa che avevo letto sull’universalità delle emozioni su cui poi ieri ho scritto. prima che me ne dimentico.

  30. perfetto, lo scambio fra pari é proprio cio’ che serve a questo mondo e buon appetito!

  31. […] luca: […]


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