Pubblicato da: fabioletterario | 20/02/2006

6 anni fa

Ho cominciato a fare il servizio civile 6 anni fa, oggi. Ricordo ancora, il primo giorno. Il mio responsabile che viene a prendermi in municipio, io seduto dietro dietro la scrivania con altri 5 ragazzi, mentre ci leggono diritti e doveri, come davanti al prete durante la celebrazione del rito del matrimonio. Mi sembrava qualcosa di così incredibile, io che facevo il servizio civile… Non capivo nulla, niente. Un po’ ero fuori di me perché finalmente avevo qualcosa da fare, un po’ ero apatico, perché avevo grosse aspettative e sapevo che sarei stato deluso. E, puntualmente, lo sono stato.

Ero fresco di laurea: per questo ero finito in biblioteca. Siccome sapevo parlare bene, avevo un laurea umanistica, per di più in archeologia: questa era assolutamente ‘spendibile’ all’interno dell’ufficio Cultura, perché il centro che mi ospitava aveva parecchio da offrire ai turisti sotto il profilo culturale, artistico, monumenti e quant’altro, che andava valorizzato. Ero contento del fatto che avessero scelto me, sul serio. Ero caricato nell’impresa. E per un paio di settimane è stato proprio così. Poi, la realtà è stata un’altra. Altro che museo da far rinascere. Altro che saper parlare: sono finito a fare fotocopie, smontare mostre, fare il facchino. Insomma, addio sogni di gloria.

Quando ho capito come stavano le cose, ho cominciato a fare ciò che non volevo e che mi ero ripromesso che non avrei mai fatto: me ne sono totalmente fregato. Del tutto. Non mi interessava cosa facevo, dov’ero, con chi. Mi interessava portare a termine le mie ore settimanali e chiudere al più presto ogni cosa. Per sempre. E sono rientrato nello stereotipo del ragazzo medio, di fronte all’impegno del servizio civile. Ma non l’ho voluto io. No. Affatto. Lo giuro. Su questo ci metto la mano sul fuoco. E sono sincero. Io cercavo un’occasione. Per dimostrare qualcosa a me stesso e anche agli altri. La volevo. E, invece, non c’è stata.


Responses

  1. Per me il servizio civile è stata la manna venuta dal cielo.
    avevo 23 anni, era il 1997. Non ero laureato, figuriamoci. Due bocciature sulle spalle pesavano a me e al Ministero della Difesa, che ha provveduto a mandarmi a casa una bella letterina in cui mi si diceva che, spiacenti, non potevano più accettare la mia richiesta di rinvio. Piansi, piansi tanto e piansi tutta la notte dopo essere tornato acasa da un lunghissimo giro in macchina. Piasi perchè quelle due bocciature pesavano sulla mia vita nonostante mi fossi rimesso in carreggiata e gli ultimi due anni di superiori fossero stati brillanti e i primi due di università fossero stati costellati da voti eccellenti.
    Ma questo non bastava. Per lo Stato ero soltanto un numeretto che cercava di far passare più tempo possibile prima di adempiere al suo servizio di leva. Ma se prima ci avevo pensato, ora ne ero più che convinto: col cazzo che avrei fatto il militare.
    Così avviai le pratiche per poter fare il servizio civile. Andai a Genova a consegnare i documenti, spedii raccomandate e tutto il resto. Ero incazzato con me stesso e con gli eventi, con quei due anni che avevo perso e che ora tornavano a far capolino nella mia vita.
    Poi, il 19 maggio 1997 (e proprio il 19 diverrà in seguito un numero costante nella mia vita), ecco la famosa cartolina: il 4 giugno avrei iniziato il servizio civile presso il mio comune di residenza. Perfetto.
    Iniziai quando già faceva caldo. Ero spaventato, non sapevo dove andare e cosa fare. Gente nuova da conoscere, istruzioni da imparare… Andai in comune e da lì mi mandarono all’ufficio dei servizi sociali. Ci riunirono, me e gli altri sei ragazzi, e ci dissero che il giorno dopo avremmo iniziato a ridipingere alcuni alloggi della casa di riposo. Faceva un caldo infernale. Maniche corte e pennelli in mano iniziammo a lavorare cazzeggiando tra di noi e all’improvviso il clima non mi sembrò più tanto male. Bastava fare quello che mi veniva detto e mi accorsi che con un po’ di intelligenza avrei potuto anche passare il tempo a chiaccherarmela con gli altri senza troppi problemi. Pian piano tutti i ragazzi vennero smistati su altri servizi. Qualcuno finì in spiaggia a camallare pesanti piastelloni di cemento, una delle cose più pesanti che io abbia mai provato a sollevare; altri finirono in diversi uffici a rispondere al telefono e a fare fotocopie. Io ed un altro ragazzo, invece, rimanemmo a pitturare e cazzeggiare fino a metà giugno, quando ci chiamarono e ci trasferirono al campo solare. Con mia grande sorpresa, scoprii che al campo solare eravamo ben in 30, di cui 12 eravamo noi obiettori di coscienza.
    Io e i bambini. La prima cosa che pensai fu: che palle. Poi cambiai idea e quel sevizio divenne il mio lavoro.
    In definitiva, l’incazzatura iniziale per essere stato preso di peso dalla mia vita e trascinato dentro agli ingranaggi del servizio civile, mi passò. Se non fosse successo, non avrei mai preso il diploma da educatore professionale (il mio secondo diploma), non avrei mai lasciato giurisprudenza per il DAMS, non avrei mai fatto tutte le cose che ho fatto dal 97 ad oggi. In sostanza, non avrei mai trovato me stesso.

    Il 3 aprile 1998, dieci mesi dopo quel primo 4 giugno 97, ero nella mensa scolastica per l’ultimo giorno di servizio. Dovetti uscire e sedermi sulle scale sul retro per riuscire a piangere in tranquillità, per poter pensare a quello che era e che mai più sarebbe stato. Piansi, proprio come quel giorno in cui ricevetti la lettera del Ministero della Difesa. Piansi, ma capii allora che nella mia vita nulla era capitato per caso. Quei due anni persi, che già di per sè mi avevano fatto crescere, erano stati la chiave di volta, il modo per arrivare a capire quello che volevo davvero.
    Oggi, nonostante gli scazzi, quando guardo i miei alunni lo devo riconoscere: sono stato davvero fortunato.

  2. ora che leggo queste cose, piccolo segreto…io lavoro in un museo… e ho conosciuto una persona, mia grande amica, alla quale come a te hanno regalato tanti sogni di gloria… morale dopo un anno è scappata, ora fa tutt’altro (settore turistico) ed è felicissima anche se lavora 10 ore al giorno, mentre qui scaldava una sedia per 7.

  3. Ritrovare o trovare se stessi… Ax, a te è riuscito: pensa a chi non capita mai! Guarda Dydo: ancora non ha capito di essere un carciofo che cresce tra viole delicate! 🙂

  4. che me stai ad insultà!!!!!
    E poi io non ho detto che il tuo è un blog-spazzatura…uffa è che vuoi sempre essere protagonista…. egoist egoist egoist egoist egoist


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