Pubblicato da: fabioletterario | 08/11/2005

Violenza/avvilenza

I fatti accaduti in questi giorni in Francia, danno uno spettro piuttosto preoccupante della realtà nella quale ci troviamo. Una realtà in piena crisi sociale, nella quale la violenza passa come l’elemento principale ed è addirittura il veicolo stesso della comunicazione: ciò è avvilente e al tempo stesso profondamente grave.

Avvilente, in quanto una generazione intera pare aver fallito sotto questo profilo, ovvero quello che concerne la parola come elemento fondante la relazione umana. Grave, in quanto il legame che essa stabilisce è di forza, pertanto verticale, e per nulla orizzontale/paritario: il più forte, insomma, comanda e prevale. Fa poi specie che fatti come questi capitino proprio nella vicina cugina d’oltralpe, e che si giunga a misure restrittive come il coprifuoco, per risolvere una situazione tanto allarmante, benché i roghi – specie dolosi – dall’inizio d’anno abbiano posto in risalto la problematica del nuovo, crescente sentimento xenofobo.

Mi chiedo allora che senso abbia la relazione educativa nel nostro tempo, se essa sia ancora portatrice di valori, se noi educatori possiamo in qualche modo ancora testimoniare questo valore, ovvero quello della comunicazione, quando ci si trova ormai troppo spesso di fronte ad una palese incapacità a comunicare. Basta soffermarsi sulla gravità dei comportamenti domenicali, alle partite calcistiche, ma, senza andare troppo oltre, al semplice muro di gomma che quotidianamente solleviamo anche con chi ci circonda. Per non parlare dell’esaperazione totale, che rasenta la follia pura, dell’omicidio avvenuto nei giorni scorsi, solamente per un problema di parcheggio. E’ forse il sintomo più chiaro e lampante dell’involuzione in cui noi ‘comuni mortali’ stiamo cadendo? O è, forse più probabilmente e anche tristemente, il prodotto stesso, crudo e sterile, della nostra società, tarata sul potere e sulla sua spendibilità all’interno di essa?

Ci sono richieste che non trovano soddisfazione, e necessità alle quali spesso lo Stato stesso non è capace o addirittura finge di non voler risolvere. Non c’è bisogno di fare politica, quanto di creare politica. Non voglio una Francia qui in Italia. E non voglio nemmeno una Svizzera, rigida e rigorosa, qui in Italia. Voglio la mia Italia, ma più aperta e più disposta al dialogo, al confronto paritario, a relazionarsi con l’altro in tutte le sue istanze. Voglio la parola come fondamento. Di tutto.


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